EDUCANDO

UGUALI E DIVERSI (1)

L’integrazione degli alunni con disabilità nella scuola: lo stato dell'arte

Quando si parla di diversità nella scuola di solito ci si riferisce ad uno di questi due ambiti, avvertiti come notevolmente problematici: quello degli alunni con disabilità o, in ogni caso, portatori di bisogni educativi speciali (educational special needs); quello degli alunni provenienti da altri Paesi, figli di migranti o migranti essi stessi.

rampaL'integrazione degli alunni con disabilità nella scuola ha una storia consistente alle spalle; e, nel tempo, specie a partire dalla legge 517/77, anche la normativa è diventata sempre più attenta e, rispetto agli altri Paesi, particolarmente mirata a favorire una buona integrazione scolastica e a garantire il diritto di apprendimento e di inclusione sociale degli alunni con disabilità. Più recente è la seconda questione, anche perché solo in questi ultimi quindici anni la presenza degli alunni con origini culturali non italiane è esplosa (sia pure non in tutte le regioni italiane e non dappertutto allo stesso modo).

Non c'è dubbio che si tratta di due ambiti tematici di grande importanza, che richiedono una strategia di affronto multiprospettico, che veda integrarsi provvedimenti di politica scolastica, di accompagnamento normativo, di qualificazione didattica e di alleanze con altri soggetti che operano a livello territoriale. Ma la questione della diversità non può essere ridotta ai bisogni educativi speciali. In realtà, si tratta di una questione che si è evidenziata molto tempo prima e che è ancora più attuale oggi.

Quanto al passato, basti qui ricordare il nome di Claparède, una delle grandi figure dell'Attivismo pedagogico, che ha parlato della necessità di garantire agli alunni una scuola "su misura". L'Attivismo pedagogico ha dedicato una grande attenzione all'individualizzazione dell'insegnamento, di fatto introducendo nella scuola questo tema, che da allora è diventato sempre più avvertito come cruciale.

C'è, però, oggi una situazione che rende ancora più cruciale il problema e che sollecita la ricerca di adeguate modalità di affronto.

Anche se, per ipotesi davvero improbabile, operassimo in una sezione tutta composta da bambini della stessa età, appartenenti allo stesso ceto sociale, figli di genitori nati nello stesso paese o quartiere, la cui famiglia ha da generazioni lì le proprie radici, quindi una sezione senza alunni stranieri e senza alunni disabili, ci troveremmo di fronte ad un gruppo di bambini straordinariamente eterogeneo. La ragione è molto semplice. A differenza di un tempo, quando l'esperienza extrascolastica era fortemente unitaria e la maggior parte delle conoscenze che un bambino riceveva venivano trasmesse a scuola, le ricerche oggi ci dicono che il 70-80 % di quanto conoscono, lo hanno appreso fuori dalla scuola. Questo implica due cose. In primo luogo, la scuola "controlla" direttamente una parte minima dell'apprendimento degli alunni che la frequentano; in secondo luogo, quanto gli alunni apprendono al di fuori dell'aula non è omogeneo per tutti, e quindi la varietà di rappresentazioni cognitive e di esperienze è veramente notevole, pressoché incontrollabile.

Si pone, perciò, di fronte all'insegnante, con una forza nuova, la questione della diversità.

1 - Continua

Italo Fiorin
da Scuola Materna, 2009-2010, 14