La domanda può apparire provocatoria o retorica. In realtà stimola ad andare oltre l'affermazione di un principio politically correct. Di fatto, aprendo la porta dell'aula, la diversità sta di fronte a noi, seduta sui banchi di scuola. È un dato sociologico, una evidenza. Che sia un valore dipende da come l'insegnante intende considerarla, non a parole, ma con la concretezza della sua azione educativa e didattica.
A essere onesti, si dovrebbe riconoscere che per molti insegnanti la diversità è soprattutto un problema, di cui si farebbe molto volentieri a meno. Poiché non si può rifiutare una classe eterogenea (dal momento che proprio non esiste) possono essere messe in campo strategie di riduzione del danno. La diversità è avvertita come una bomba che potrebbe esplodere; e quindi si ricorre a delle pratiche capaci di disinnescarla. Questo avviene attraverso il ricorso a una didattica della "normalizzazione". La didattica della normalizzazione si manifesta in molti modi ("copiate tutti questo disegno, riempite questa scheda con questo tal colore, eseguite questo esercizio così e così..."), ma ha un solo scopo: quello di far sì che sia tutta la sezione o la classe ad adattarsi alle richieste dell'insegnante, le stesse eguali per tutti, e non il contrario.
C'è un altro modo di affrontare la diversità, molto diverso ma non meno dannoso. È quando viene utilizzata la leva della differenziazione svalutante. Si dividono i compiti di apprendimento in base si livelli individuati e si procede per proposte parallele, che di fatto non si incontreranno mai. Non si vuol dire che, in una utilizzazione flessibile del gruppo, non ci possano essere momenti di lavoro anche in relazione ai diversi livelli di competenza; ma non bisogna cristallizzare l'organizzazione di sezione o di intersezione, creando di fatto piccole classi differenziali.
Infine, c'è un terzo possibile uso improprio della diversità, molto incoraggiato in una cultura competitiva. Può succedere che si incoraggi l'emulazione, la gara a primeggiare, che si stilino classifiche di merito e di demerito. La scuola dell'infanzia è solo apparentemente immune da un simile scenario. La fortuna di tanti bambini è che non ci sono voti e pagelle a sancire classifiche, trofei e sconfitte. Ma ci sono egualmente molti modi per raggiungere gli stessi risultati. La diversità comparativa, che purtroppo già mortifica tanti bambini che non hanno il vestitino alla moda e la famiglia "giusta", può insinuarsi perfino dentro le pareti di una scuola dell'infanzia.
2 - Continua
Italo Fiorin,
da Scuola Materna, 2009-2010, 14

