FUORICLASSE

UNA GRAMMATICA PER IMPARARE A LITIGARE (2)

Intervista a Daniele Novara su La grammatica dei conflitti

Il sottotitolo del libro è: L’arte maieutica di trasformare le contrarietà in risorse. Come la maieutica più aiutare nei conflitti?

Nel libro ci sono molti strumenti per imparare a gestire e affrontare i conflitti. Mi piace essere pratico. E poi c’è la maieutica, che è la cifra di tutto il discorso. Ci siamo accorti che per imparare dai conflitti era più efficace utilizzare la domanda che la risposta, la ricerca che il consiglio.

Dare consigli è agire nell’ottica della soluzione. L’idea è invece che per costruire conoscenza, soprattutto in esperienze così soggettive come i conflitti, occorra essere esperti nelle domande. Scolasticamente noi siamo addestrati alla risposta, cerchiamo sistematicamente risposte e siamo abituati a darle. Si tratta di un atteggiamento scolastico ma anche infantile, collegato a un’esperienza di cultura come capacità di rispondere: dare la risposta equivale a sapere.

Peccato che, dal punto di vista dell’apprendimento, è ormai risaputo che non funziona così.

Occorre allora stare bene attenti al tipo di domande, perché non tutte sono effettivamente maieutiche: ci può essere un esercizio di controllo nella domanda, un senso indagatorio che genera una paura stratificata nella nostra memoria genealogica, la paura infantile che qualcuno ti chieda qualcosa per condannarti: “Chi ha cominciato? Chi è stato? Chi ha ragione?”.

Penso allo studente che, quando l’insegnante di fronte alla poesia Alla luna di Leopardi gli chiede “A chi si rivolge il poeta?”, apoteosi della cultura scolastica tradizionalmente intesa, va nel panico.

Nei conflitti non esiste la risposta esatta; e con i conflitti non funziona la domanda indagatoria.

 

E come funziona la domanda maieutica?

La domanda maieutica è uno strumento effettivamente nuovo, un’area di lavoro inedita e anche molto interessante. Invece di dare risposte, cercare soluzioni e colpevoli, puntare a risolvere in fretta, lavoriamo con la domanda maieutica per leggere quello che davvero sta accadendo.

I conflitti sono come un iceberg; emerge solo una piccola parte e sostanzialmente pretestuosa. E poi molto spesso i conflitti nascondono vantaggi. Lavorare con le domande maieutiche, aperte, ristrutturanti, che consentono di assumere punti di vista diversi, di far emergere la parte nascosta dell’iceberg e quindi magari interessi comuni, è perciò molto efficace. Le domande maieutiche sono una forma di lavoro sull’apprendimento, sulla capacità interiore e soggettiva di ciascuno di partire dal punto in cui è per ristrutturare in modo sostenibile il proprio sapere su di sé e su quanto sta accadendo.

Faccio un esempio: i ragazzi difficili che in classe mettono sotto scacco l’insegnante. Se partiamo dal presupposto che ogni comportamento agito è il comportamento più vantaggioso in quel momento, è interessante chiedersi quali vantaggi nascondono l’insulto, la provocazione, l’azione di disturbo. Grazie alle domande che puntano a capire perché c’è questo conflitto, in questa situazione, con questo ragazzo o ragazza, in questo gruppo classe, potrebbe ad esempio emergere che il soggetto difficile ha bisogno di attenzione, riconoscimento, e che quindi un’azione volta alla stigmatizzazione (isolamento dal gruppo, interazione preferenziale con l’insegnante, ecc.), magari agita inconsapevolmente dall’insegnante per rispondere a un proprio richiamo interiore, non fa altro che soddisfare il bisogno e rinforzare il vantaggio che si ottiene con quel comportamento.

Ci sono certe domande maieutiche sensazionali: nel momento in cui uno risponde capisce da solo. E come se scattasse un interruttore, si accendesse la lampadina, e da quel momento in poi tutto è apprendimento e possibilità di esercitare le proprie risorse creative.

 

2 - Fine

Elena Gatti

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La versione integrale è consultabile su Cultura e Professione, 6, 1 novembre 2011, pp. 23-25.