Un film al mese

AUGURI, PROFESSORE

Togliere l'opaco dagli occhi

I professori non sono tutti uguali: ci sono quelli che, per nostra fortuna, si scordano facilmente e quelli che ci cambiano la vita. Proponiamo di riflettere sul mestiere dell'in-segnare utilizzando i numerosi spunti che è possibile trarre dal film "Auguri, professore" (R. Milani, Italia, 1997).

 

Vincenzo Lipari (Silvio Orlando), professore d'italiano quarantacinquenne, a distanza di vent'anni dall'inizio di una carriera intrapresa con entusiasmo e convinzione d'esser d'aiuto ai più deboli, ormai si ritrova a quasi disprezzare i propri allievi considerati sempre più distratti, svogliati, ignoranti.

Le sequenze della vicenda costruiscono una "storia" dalla quale è possibile estrapolare i suggerimenti utili al fine di analizzare il proprio insegnamento. Ne proponiamo solo un paio, dei tanti.

Impegni circa la valutazione e la riuscita scolastica

(A Michele Triglia, studente svantaggiato) "Noi ce la dobbiamo fare. Io ce la faccio solo se ce la fai tu. Se ti fai bocciare, mi sento bocciato pure io. Facciamo un patto: o ci promuovono insieme, o ci bocciano insieme. Se ti bocciano, smetto anch'io di insegnare e mi metto a fare il vagabondo". E' responsabile il maestro della condotta (riuscita) dei propri discepoli? La questione era già al cuore del processo a Socrate nella versione di responsabilità morale dei Maitres à penser ed è al centro dei dibattiti circa l'Accountability di un sistema formativo che chiama a rispondere del proprio operato funzionari (statali o parificati) in costante pendolarismo tra libertà d'insegnamento/ autonomia (che è tutt'altra cosa) e il lavoro subordinato continuativo (o peggio ancora precario).

Riflessioni circa il ruolo della scuola nella società e per i ragazzi

"Cercavo di insegnar loro a parlare e scrivere bene; cioè a pensare bene e ad agire bene. Di insegnare a non girare lo sguardo di fronte alle ingiustizie e al privilegio. Volevo che nella scuola trovassero quello che io non vi avevo trovato da ragazzo" Ideali alti che si infrangono alla morte per "fallimento esistenziale" di Triglia e allo scontato successo della "figlia del sindaco". Del resto, "Ogni anno perdiamo un po' dei nostri ragazzi. Non vengono più a scuola e non se ne sa più niente. Io ne ho visti tanti, ne ho persi tanti. ... Ho alle spalle un esercito di nessuno. Non posso preoccuparmi di tutti, non dormirei la notte".

Siamo lontani da altre e alte declinazioni della figura dell'insegnante: suscitatore di libido sciendi o corriere dell'essenziale, fino al Canto XV dell'Inferno con il tributo più alto ad un Maestro "ad ora ad ora m'insegnavate come l'uom s'etterna": in sette parole si concentra una millenaria concezione pedagogica.
Anche se in versione meno immortale, ci piace concludere con una "vocazione" che Lipari ricorda posta all'origine della propria scelta per la professione docente: "Ricordo ancora quello sguardo miope che all'improvviso si accese di interesse. E fu allora, per la prima volta, che scoprii che mi piaceva insegnare. E a un tratto mi resi conto che trasmettere abilità rende abili; trasmettere intelligenza rende intelligenti; che trasmettere speranza aumenta la speranza. Cominciai ad insegnare per questo: per togliere l'opaco dagli occhi dei miei ragazzi".

Lipari non è Brunetto Latini e ha difficoltà a togliere l'opaco dai propri occhi di fronte alla fatica di ricominciare sempre daccapo senza vedere, spesso, risultati; gli insegnanti di tutti i tempi non sono/sono stati sempre Maestri. Fortunato, però, lo studente cui almeno uno dei suoi professori abbia dato educazione che eterna e un senso alla mortalità.
Complici di possibilità trascendenti, togliamo l'opaco dagli occhi dei nostri studenti. Questa nuova vista, ammonisce G. Steiner, "non allevia certo la morte, ma ci rende furiosi per il suo spreco: non c'è tempo per un'altra lezione?"


Anna Marina Mariani
Rielaborazione da "Nuova Secondaria", n. 2, ottobre 2007, pp. 16-18