Alessandra, autrice dell'articolo apparso sul quotidiano La Stampa con il titolo "Analfabeta, giovane e quasi contenta" (consultabile qui), intervista Paola, 35 anni, cameriera ad impiego fisso in un ristorante di Terni: analfabeta assoluta. Sì, è vero - conferma Paola - non so scrivere il mio nome..."
"... E se devo firmare mi firmo con una croce; non so leggere i cartelli stradali; al lavoro, il menù me lo devono comunicare a voce, in cucina, perché io possa poi esporlo ai clienti; non sono in grado di giustificare le assenze di mia figlia sul libretto scolastico; ricordo che il giorno del mio matrimonio ho dovuto imparare a memoria la formula del giuramento; ho pochi amici a causa di questa mia disabilità e confesso che "per il fatto di non saper né leggere né scrivere provo un forte imbarazzo". Perché non ho mai pensato di frequentare un corso per adulti? "Ma a che servirebbero poi i corsi? Io me la cavo benissimo così". L'intervista sta per terminare. La signora Paola si congeda con il proponimento di non far mancare alla figlia quell'esperienza scolastica che è del tutto mancata a lei stessa, ma, in fondo "io me la cavo benissimo così, anche senza saper né leggere né scrivere".
E noi, dopo una prima, leggera vertigine di fronte a questa nostra giovane connazionale che, nell'anno di grazia 2010, si firma con un tratto di croce e che dice di cavarsela benissimo così, non possiamo impedirci di pensare a certi nostri contadini di fine '800. A quelli che, dopo una massacrante giornata di lavoro sui campi del padrone, andavano a sedersi tra i banchi di qualche sperduta Casa del Popolo per imparare a leggere e scrivere le parole di una lingua astrusa e difficile, così maledettamente diversa dal loro dialetto. Perché lo facevano? Perché avevano capito che stava finendo un mondo, il mondo del privilegio padronale e della sudditanza alle leggi di un potere ostile e inaccessibile. E che, al sopravvenire della democrazia, della cartella elettorale, della legittima rappresentanza degli interessi e dei diritti, bisognava farsi trovare pronti: almeno con il bagaglio minimo di un alfabeto comune a tutti. Ciò che avrebbe consentito loro di leggere un programma politico, di confrontarsi vicendevolmente, di discernere tra proposte diverse e, infine, di scegliere liberamente e responsabilmente.
"Libertà è partecipazione" cantava Giorgio Gaber e, se i vincoli della rima e del testo glielo avessero concesso, avrebbe - io credo - sicuramente aggiunto che la partecipazione democratica non può prescindere da percorsi e da traguardi formativi verso i quali ogni cittadino ha il dovere e il diritto di incamminarsi. Tanto più, oggi. Oggi che impensabili sviluppi della scienza e della tecnica hanno sconvolto gli assetti tradizionali della produzione industriale, degli scambi commerciali, del mercato del lavoro, dell'economia, della biologia, dell'ecologia, chiamando le istituzioni formative ad imprimere l'"avanti tutta" ai motori delle competenze individuali e di gruppo.
"Ma a che servirebbero i corsi? Io me la cavo benissimo così, senza saper né leggere né scrivere". E in noi sorge, per un momento, il dubbio acido che al cospetto di una tale spaventosa complessità del mondo, ad interpretare il quale perfino i partiti democratici si mostrano oggi palesemente in affanno, possa albergare un chicco di inconsapevole saggezza nel nichilismo culturale di Paola, cameriera analfabeta e quasi contenta. Di un ristorante, a Terni.
Nicola Casaburi


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