Scuola in cronaca

IL DUBBIO

Da La Stampa, del 15 gennaio 2010

Alessandra, autrice dell'articolo apparso sul quotidiano La Stampa con il titolo "Analfabeta, giovane e quasi contenta" (consultabile qui), intervista Paola, 35 anni, cameriera ad impiego fisso in un ristorante di Terni: analfabeta assoluta. Sì, è vero - conferma Paola - non so scrivere il mio nome..."

"... E se devo firmare mi firmo con una croce; non so leggere i cartelli stradali; al lavoro, il menù me lo devono comunicare a voce, in cucina, perché io possa poi esporlo ai clienti; non sono in grado di giustificare le assenze di mia figlia sul libretto scolastico; ricordo che il giorno del mio matrimonio ho dovuto imparare a memoria la formula del giuramento; ho pochi amici a causa di questa mia disabilità e confesso che "per il fatto di non saper né leggere né scrivere provo un forte imbarazzo". Perché non ho mai pensato di frequentare un corso per adulti? "Ma a che servirebbero poi i corsi? Io me la cavo benissimo così". L'intervista sta per terminare. La signora Paola si congeda con il proponimento di non far mancare alla figlia quell'esperienza scolastica che è del tutto mancata a lei stessa, ma, in fondo "io me la cavo benissimo così, anche senza saper né leggere né scrivere".

E noi, dopo una prima, leggera vertigine di fronte a questa nostra giovane connazionale che, nell'anno di grazia 2010, si firma con un tratto di croce e che dice di cavarsela benissimo così, non possiamo impedirci di pensare a certi nostri contadini di fine '800. A quelli che, dopo una massacrante giornata di lavoro sui campi del padrone, andavano a sedersi tra i banchi di qualche sperduta Casa del Popolo per imparare a leggere e scrivere le parole di una lingua astrusa e difficile, così maledettamente diversa dal loro dialetto. Perché lo facevano? Perché avevano capito che stava finendo un mondo, il mondo del privilegio padronale e della sudditanza alle leggi di un potere ostile e inaccessibile. E che, al sopravvenire della democrazia, della cartella elettorale, della legittima rappresentanza degli interessi e dei diritti, bisognava farsi trovare pronti: almeno con il bagaglio minimo di un alfabeto comune a tutti. Ciò che avrebbe consentito loro di leggere un programma politico, di confrontarsi vicendevolmente, di discernere tra proposte diverse e, infine, di scegliere liberamente e responsabilmente.

"Libertà è partecipazione" cantava Giorgio Gaber e, se i vincoli della rima e del testo glielo avessero concesso, avrebbe - io credo - sicuramente aggiunto che la partecipazione democratica non può prescindere da percorsi e da traguardi formativi verso i quali ogni cittadino ha il dovere e il diritto di incamminarsi. Tanto più, oggi. Oggi che impensabili sviluppi della scienza e della tecnica hanno sconvolto gli assetti tradizionali della produzione industriale, degli scambi commerciali, del mercato del lavoro, dell'economia, della biologia, dell'ecologia, chiamando le istituzioni formative ad imprimere l'"avanti tutta" ai motori delle competenze individuali e di gruppo.

"Ma a che servirebbero i corsi? Io me la cavo benissimo così, senza saper né leggere né scrivere". E in noi sorge, per un momento, il dubbio acido che al cospetto di una tale spaventosa complessità del mondo, ad interpretare il quale perfino i partiti democratici si mostrano oggi palesemente in affanno, possa albergare un chicco di inconsapevole saggezza nel nichilismo culturale di Paola, cameriera analfabeta e quasi contenta. Di un ristorante, a Terni.

Nicola Casaburi

Commenti degli utenti

fonzi - 08/02/2010 16:33

La provocazione presente nell’articolo sollecita ad una riflessione: nella società complessa, la conoscenza, e dunque l’acculturazione delle persone, davvero crea le condizioni per una esistenza di libertà? Davvero crea i presupposti della cittadinanza partecipata?
Quando l’ignoranza era dei piu, gli uomini potenti hanno potuto creare le classi sociali, perpetrare discriminazioni e intaccare la dignità umana.
Quando finalmente la massa è entrata nei processi di istruzione e si è appropriata della parola, scritta e orale, ha potuto accedere alla conoscenza e riscattarsi dal suo stato di asservimento.
Quei contadini, cui l’autore fa riferimento, ad un certo punto della storia, quando hanno cominciato a circolare e prendere corpo le idee forti di uguaglianza e libertà, si sono incamminati verso il riscatto della loro condizione e hanno lottato per aver riconosciuti i diritti fondamentali, tra cui l’istruzione, in un periodo in essi erano ad esclusivo appannaggio delle classi abbienti.
Grazie all’istruzione i contadini arrivano finalmente a comprendere il significato del “quarto” promesso in quel di Fontamara dal padrone che intanto s’è già assegnato l’intero.
Paola tutto questo non puo’ saperlo. Si esclude, vittima della sua pigrizia, dalle diverse opportunità formative che il contesto le offre: “ io me la cavo benissimo così, senza saper né leggere né scrivere”-
E, a trentacinque anni, rimane lì, in un ristorante di Terni a svolgere il suo lavoro senza saper leggere e scrivere. E spera che la figlia cresca diversa da lei!
Nessun dubbio che Paola rappresenti l’eccezione che va a confermare la regola.

Gianluca - 05/02/2010 22:51 - 08/02/2010 16:31

“chi nasce libero non vada a cercar catene», “nel mio paese si dice che la miglior parola è quella che non si dice. Non quella che non si legge», in queste frasi Paola esprime i limiti posti dalla sua ignoranza.
Ella non ha voluto riscattare la sua condizione anche quando ne ha avuto la possibilità; non lo ha fatto perché arretrata sul terreno della curiosità, della tensione al miglioramento di sé. In lei sono presenti tratti granitici delle sue origini e la nuova realtà di vita la mette a dura prova. Dice che è contenta di essere così.
Non è sincera. Come non è sincera la sua preoccupazione per la figlia perché, se lo fosse, mostrerebbe consapevolezza del suo stato e cercherebbe, oggi, rimedio alla sua inammissibile ignoranza.
Nessun dubbio sulla luce della conoscenza nella società complessa, fonte di vera liberazione e di libertà per l’uomo.
Nessun dubbio.


Risponde Nicola Casaburi
Sia Gianluca che Fonzi - con lo sguardo al presente, il primo; anche al passato storico, il secondo - esprimono il convincimento che non sia oggi affatto ipotizzabile fare a meno dell'alfabeto. Sia per il primo che per il secondo, assenza di sapere si trascina fatalmente dietro assenza di libertà. E' vero. Quel "dubbio" del mio titolo voleva essere solo artificio provocatorio. Eppure Paola, nonostante manifesti qualche acciacco sociale, afferma di "cavarsela benissimo" nel suo esibito status di analfabeta. E' un altro paradosso della complessità in cui siamo tutti immersi: da una parte, l'impetuoso sviluppo della Scienza e della Tecnica richiede insistentemente un sovrappiù di conoscenze e competenze in tutti i campi della nostra organizzazione sociale; dall'altra, ci fornisce mezzi e strumenti protesici per tranquillamente sopravvivere, come Paola di Terni, anche nella più assoluta ignoranza di alfa e di beta. Paola non legge né libri né giornali?: c'è la TV; Paola non sa comunicare per iscritto a chi si trova lontano?: c'è il cellulare, che è mezzo anche più spedito e comodo; Paola vuole evitare presenze imbarazzanti agli sportelli, per la gestione del proprio danaro?: c'è il bancomat e c'è il servizio bancario che provvede per suo conto in via sostitutiva: anche alla lettura e al pagamento delle sue bollette.
Quello che Paola non sa è che sulla sua ignoranza si è combattuta un'aspra battaglia, nella II^ metà dell'ottocento, tra i patrioti della democrazia, dell'uguaglianza sociale, della dignità umana e i privilegiati detentori della ricchezza. Quello che farebbe riflettere Paola è che i sostenitori più accaniti della sua ignoranza sono stati proprio i secondi perché convinti, come ebbe a dire un sovrano borbonico, che "solo se lasciata nell'ignoranza e nella superstizione la plebe obbedisce e non si mette grilli per il capo".

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