Scuola in cronaca

NEL SOLAIO DEL LESSICO: IL DECORO

Da La Stampa, del 3 febbraio 2010

Qualche sera fa abbiamo assistito in Tv a fasti e nefasti di una scuola italiana spaccata in due. Tra i fasti della scuola paritaria d'élite, con rette da 7/8000 euro pro-capite discipuli, e i nefasti della scuola statale con finanziamenti via via a decrescere. Tanto scintillante, la prima, di orgoglio, pulizia, colore quanto strutturalmente e organizzativamente compassionevole, la seconda, fino al punto di muovere a pietà i suoi stessi genitori in quel loro darsi a spennellarne le pareti nelle ore libere dai rispettivi impegni di lavoro.

E veniamo al pantalone-bagonghi (con kit incorporato di ombelico e mutande programmaticamente bene in vista) che il preside di una scuola media statale trentina ha deciso di sanzionare.

La news è su Blog - La Stampa, 3 febbraio 2010 [velina ANSA - 2 febbraio 2010].

Viene da chiedersi: potrebbe mai accadere in una di quelle scuole paritarie d'élite? Certamente no, e vediamone il perché. In quelle strutture il marchio dell'autorevolezza è impresso dovunque: dalle rette di frequenza alla regolarità del servizio; dall'offerta laboratoriale e ricreativa impensabile in una qualunque scuola statale agli orari pieni e lunghi di ogni tipo di attività. Ecco, allora, che l'autorevolezza fa scattare automaticamente un segnale sociale: il prestigio. Uno status che accomuna il soggetto che svolge il servizio con i soggetti che ne usufruiscono. Di più: che attiva un rapporto circolare e incrementale tra l'uno e gli altri nel senso che il prestigio dell'uno rinforza il prestigio degli altri, e ne viene a sua volta rinforzato. È così che in questa circolarità - implicitamente, ma anche esplicitamente esibita - che attribuisce ad ambedue i contraenti certificazioni di esclusività ed orgoglio, non sorge, né può assolutamente sorgere, alcuna trasgressione alle norme, alle regole rigide che la presiedono: ne andrebbe a rischio lo status stesso, il prestigio simbiotico di entrambi. Impensabile, dunque, in questo luogo dove il Regolamento espressamente prescrive giacchino e cravatta a divisa di ciascuno, veder circolare anche un solo pantalone siffatto.

Che circola invece - e impunemente - nelle scuole statali della nostra repubblica facendo notizia lì dove si presenti un preside coraggioso a vietargli l'ingresso. In nome di quale principio? Non in nome del prestigio, di quel prestigio che seleziona l'utenza sul piano delle rette e prescrive divise oxfordiane per accedere a strutture "of excellent quality": semplicemente in nome di un più sobrio principio: il decoro. E, visto che potremmo trovarci alla vigilia di cortei e "assemblee di genitori indignati per questa imposizione che limiterebbe la libertà di indossare alcuni abiti ai loro figli", proviamo ad entrarci sensatamente, con la storica candela in mano, in questo termine fin troppo trascurato dal nostro lessico.

Riferito alla persona, il concetto di "decoro" sembra coincidere perfettamente con quello ben più celebrato di "dignità". Se è così, anche il decoro presenta due volti: l'uno, richiamantesi al rispetto costituzionalmente protetto dei diritti di ognuno; l'altro, modellato sui tratti di identità etica, civile, sociale che ogni individuo autonomamente intenda darsi. Ne consegue che la dignità, il decoro non è solo un profilo personale che ciascuno di noi originalmente si costruisce, ma è anche un valore cui si deve, da parte di tutti, il massimo rispetto.

Ora, non altrimenti che per gli individui va per i luoghi. Ogni luogo costruisce la propria fisionomia in relazione alle sue funzioni, ai suoi fini, alle progettualità assegnategli. Va da sé che, come sul piano umano, anche il decoro dei luoghi si modelli attorno ad una propria specificità, originalità che chiunque - in ogni caso - è tenuto a rispettare. In ragione delle rispettive funzioni, il decoro di una spiaggia non potrà perciò essere il medesimo di un Consiglio di Amministrazione, così come il decoro di una discoteca non potrà essere affine a quello di una Scuola. Ci avviciniamo, in tal modo, alle ragioni, alle buone ragioni, del preside trentino.

Nello sbarrare l'accesso al "kit bagonghi" in nome del decoro della sua scuola, implicitamente egli sembra invocare due ragioni:

  • La funzione della scuola, della sua scuola, è quella di formare i preadolescenti che la frequentano nella faticosa riflessione sui saperi e sui saper fare, oltre che sui fondamentali dell'etica civile; funzione che richiede il massimo di concentrazione intellettuale e, parallelamente, il minimo di trasgressività nella parola e nel gesto;

  • La libertà individuale è un valore prezioso, talmente prezioso che va regolato continuamente sulle libertà altrui, delle persone, ma anche dei luoghi, se vuole essere conservata e preservata. E ancora: c'è più esercizio di libertà lì dove l'alunno si astenga volontariamente dall'indossare un pantalone chiassoso, in segno di rispetto verso il decoro della sua scuola, di quanta ce ne sia nel caricarselo addosso finendo nella rete della soggezione alle provocazioni affaristiche delle case commerciali.

Quando stiamo per uscire dal concetto di "decoro" e abbiamo ancora tra le mani la "candela di Locke" noi non riusciamo ad impedirci di accostare questo concetto alle scuole statali mostrateci dalla trasmissione televisiva di domenica sera, abbandonate dall'Amministrazione pubblica in uno stato di degrado strutturale e di ristrettezza finanziaria non si sa se più inclini a sollecitare in noi sdegno o commozione.

Altrove - abbiamo visto - il processo simbiotico tra istituto scolastico e discepoli si produce negli attici del prestigio; lì, invece, in quelle nostre statali contrade, viene da pensare che tra squarci alle pareti, aule soffocanti o addirittura inesistenti, strutture d'amianto marce e cadenti e pantaloni-bagonghi vada, sì, svolgendosi un analogo processo circolare e simbiotico tra scuola e alunni: ma, questo, negli scantinati dell'indecoroso.

Nicola Casaburi

 

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